Dalla proliferazione delle strutture commerciali al consumo di suolo, dalla trasformazione dell’area davanti all’ospedale San Martino alla riduzione degli standard urbanistici: il capofrazione Luigi Filippo Daniele contesta l’impostazione della variante. «Non è un Piano operativo, ma un business plan. Serve una visione complessiva della città e un confronto pubblico vero con i cittadini».
BELLUNO – La variante al Piano degli Interventi del Comune di Belluno, adottata dal Consiglio comunale il 30 settembre 2026, apre una nuova fase per il futuro urbanistico della città. Ma, secondo Luigi Filippo Daniele, capofrazione di Baldenich, il provvedimento lascia irrisolte questioni fondamentali: dalla concentrazione delle attività commerciali lungo via Vittorio Veneto alla trasformazione di aree destinate a servizi, fino al consumo di suolo e al ruolo degli spazi pubblici nella pianificazione cittadina.
«Non è un Piano operativo, è un business plan», è la critica di Daniele, che contesta quella che considera una prevalenza delle opportunità edificatorie private rispetto a una strategia urbanistica complessiva.
Il timore, sostiene, è che una successione di trasformazioni puntuali finisca per modificare profondamente la città senza un adeguato confronto sul modello di sviluppo, sulle infrastrutture necessarie e sulla qualità della vita dei residenti. La variante, presentata dall’Amministrazione comunale come uno strumento di adeguamento al Piano di Assetto del Territorio e di rigenerazione urbana, comprende 72 istanze accolte sulle 121 presentate, secondo i dati richiamati nel dibattito sul provvedimento. Il sindaco Oscar De Pellegrin e il vicesindaco e assessore all’Urbanistica Paolo Gamba hanno sostenuto la necessità di una pianificazione orientata alla sostenibilità e a un consumo di suolo limitato e calibrato. Daniele contesta invece il risultato complessivo delle scelte adottate e chiede che i loro effetti siano resi comprensibili e verificabili. Il nodo, nella sua analisi, riguarda soprattutto il rapporto tra le nuove possibilità edificatorie, il mantenimento degli standard urbanistici e l’effettivo interesse pubblico delle trasformazioni. Una questione che investe l’intero territorio comunale, ma che trova un caso particolarmente significativo nel quadrante di Baldenich e della Veneggia.
Via Vittorio Veneto, la concentrazione dei supermercati.
Lungo via Vittorio Veneto, tra Baldenich e la Veneggia, si sta delineando una concentrazione di strutture commerciali alimentari che, secondo il capofrazione, avrebbe richiesto una valutazione più incisiva nell’ambito della nuova pianificazione. Al supermercato Lidl già esistente e a Super W si aggiungono il nuovo Kanguro previsto nell’ex area Agip e il progetto commerciale collegato alla riqualificazione dell’ex Faena Marmi, dove è previsto anche il trasferimento di un punto vendita della grande distribuzione. Allargando lo sguardo al vicino centro commerciale della Veneggia, il quadro comprende complessivamente cinque strutture alimentari nell’arco di circa un chilometro. «Sembra quasi che l’obiettivo sia quello di far diventare Baldenich una vera e propria Strip Mall. Con questo non si è contrari al commercio e non si chiede di impedire la concorrenza tra le imprese», chiarisce Daniele. «Chiediamo che il Comune valuti se il territorio sia in grado di sostenere un’ulteriore concentrazione di supermercati senza compromettere la mobilità, la sicurezza stradale, la qualità dell’ambiente urbano e la vivibilità dei quartieri».
La questione era stata sollevata anche durante l’incontro partecipativo del 25 settembre che aveva trattato il progetto dell’ex Faena Marmi e dell’urbanistica commerciale . L’aspettativa era che la variante introducesse criteri più chiari per governare la localizzazione delle medie strutture di vendita, considerando in particolare le condizioni dell’area di Baldenich e dell’ATO Ambito territoriale omogeneo interessato.
Dalla lettura degli elaborati adottati, secondo Daniele, non emerge nel PI la specifica limitazione auspicata per evitare un’ulteriore concentrazione commerciale. Una lacuna che rischia di lasciare irrisolto il problema più importante: la somma degli effetti prodotti da interventi che vengono valutati separatamente, ma insistono sul medesimo sistema urbano e infrastrutturale.
Via Vittorio Veneto registra infatti flussi di traffico indicati nell’ordine di circa 27.000 veicoli al giorno. Le analisi trasportistiche richiamate nella documentazione relativa all’ex Faena Marmi prospettano un peggioramento dei tempi di percorrenza e delle code nelle ore di punta. Secondo la relazione, sulla direttrice sud-nord il tempo di percorrenza nell’ora di punta serale passerebbe da 188 a 240 secondi nello scenario che comprende il solo intervento dell’ex Faena Marmi, fino ad arrivare a 329 secondi nello scenario che include anche il supermercato previsto nell’ex area Agip. Le stime indicano inoltre possibili incrementi delle code su via Vittorio Veneto e sulle strade collegate.
Proprio per questo, secondo il capofrazione, questi dati non possono essere trattati come un dettaglio tecnico: devono costituire uno degli elementi centrali della valutazione urbanistica.
La critica riguarda anche l’organizzazione dei comparti, la continuità delle opere infrastrutturali, gli accessi, le reti tecnologiche, lo smaltimento delle acque e la dotazione di verde pubblico. «Non basta verificare che ogni singolo lotto edificabile rispetti formalmente le regole. Occorre capire quale sarà il risultato quando tutte queste trasformazioni saranno realizzate, soprattutto nelle aree di espansione».
La liberalizzazione commerciale non cancella le regole urbanistiche
La contestazione investe anche il quadro normativo che disciplina la localizzazione delle attività commerciali. La questione non riguarda soltanto la libertà d’impresa: supermercati e strutture di vendita incidono sulla domanda di parcheggi, sul traffico, sulla sicurezza degli attraversamenti pedonali, sul rumore, sulla qualità dell’aria e sull’assetto degli insediamenti.Il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, che ha riformato la disciplina del commercio, attribuiva alla programmazione regionale un ruolo importante nel raccordare la rete distributiva con la pianificazione urbanistica. L’articolo 6 prevedeva criteri di programmazione commerciale e urbanistica, con attenzione alla localizzazione degli insediamenti e alle esigenze infrastrutturali e territoriali. L’impostazione è stata successivamente modificata dall’articolo 31 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, che ha rafforzato il principio di liberalizzazione delle attività commerciali. Sono stati superati i limiti ingiustificati all’accesso al mercato, mentre eventuali restrizioni devono essere motivate da interessi pubblici riconosciuti dall’ordinamento, tra cui la salute, la tutela dei lavoratori, l’ambiente – compreso l’ambiente urbano – , la sicurezza e il decoro. La liberalizzazione, tuttavia, non equivale all’assenza di pianificazione. Non attribuisce un diritto incondizionato a realizzare qualsiasi insediamento commerciale, indipendentemente dalle previsioni urbanistiche, dai requisiti edilizi e dalla capacità delle infrastrutture. Impone piuttosto di distinguere le restrizioni dirette a proteggere gli operatori dalla concorrenza dalle misure giustificate da effettive esigenze di interesse generale. L’art. 31 del D.L. 201/2011 non consente al Comune di vietare un supermercato per proteggere gli esercizi concorrenti, ma gli affida il compito di verificare, nell’aggiornamento del Piano degli Interventi, se un quadrante abbia raggiunto un livello di saturazione incompatibile con la capacità della rete viaria e con la tutela dell’ambiente urbano
In Veneto questo quadro è stato sviluppato dalla legge regionale 28 dicembre 2012, n. 50, che collega lo sviluppo del sistema commerciale al buon governo del territorio, alla sostenibilità economica, sociale e ambientale, al risparmio di suolo, al recupero delle aree dismesse e al rafforzamento del commercio di prossimità. La normativa regionale distingue le diverse categorie di esercizi e prevede regimi differenti in funzione della superficie di vendita. In particolare, l’articolo 21 stabilisce che le medie strutture con superficie di vendita non superiore a 1.500 metri quadrati possono insediarsi nel territorio comunale purché non siano in contrasto con le previsioni urbanistiche vigenti. Per le medie strutture superiori a tale soglia e per le grandi strutture, lo strumento urbanistico comunale individua invece le aree idonee secondo i criteri regionali. Il Regolamento regionale n. 1 del 21 giugno 2013 definisce gli indirizzi per lo sviluppo del sistema commerciale, i criteri per l’individuazione delle aree idonee e le modalità di valutazione integrata degli impatti, comprese le misure di mitigazione e compensazione. L’articolo 22 della legge regionale prevede inoltre, per le grandi strutture e per le medie strutture con superficie di vendita superiore a 1.500 metri quadrati, uno studio di impatto sulla viabilità redatto secondo i criteri regionali.
Il quadro normativo, dunque, non consente di vietare un supermercato semplicemente per proteggere gli esercizi concorrenti. Ma neppure autorizza a ignorare gli effetti delle attività commerciali sul territorio. Il punto è verificare il rispetto della disciplina applicabile e la sostenibilità delle trasformazioni, sulla base di istruttorie tecniche adeguate, attraverso proprio il Piano degli interventi .
È su questo terreno che Daniele chiede all’Amministrazione di chiarire quali criteri siano stati utilizzati per valutare la concentrazione commerciale a Baldenich, quale analisi sia stata condotta sugli effetti cumulativi degli insediamenti e in che misura la nuova variante affronti le criticità viabilistiche e ambientali del quadrante.
La questione dell’asse viario Veneggia Via Vittorio Veneto mostra così che gli strumenti per governare la concentrazione commerciale esistono già nell’ordinamento vigente. Il nodo non è l’assenza di norme, ma l’uso politico che di quelle norme viene fatto in sede di pianificazione, e la qualità istruttoria con cui vengono valutati gli effetti cumulativi degli interventi successivi su un territorio già intensamente occupato.
L’ex Faena Marmi e i limiti della valutazione per singoli interventi
La vicenda dell’ex Faena Marmi rappresenta, secondo il capofrazione, un esempio concreto della necessità di una lettura d’insieme. L’area, di proprietà della società Belluno 2 S.r.l., è interessata da un procedimento avviato nel 2002 e giunto nel 2026 a una variante definitiva del Piano urbanistico attuativo. Con deliberazione della Giunta comunale n. 69 del 23 aprile 2026 è stata approvata la Variante 2, Stralcio 1 del PUA, che prevede la demolizione dei capannoni esistenti e la realizzazione di un edificio commerciale con superficie coperta di circa 2.140 metri quadrati e di un edificio residenziale, per un volume complessivo di circa 19.350 metri cubi.
Questi elementi non dimostrano, da soli, l’illegittimità del singolo intervento. Sollevano però interrogativi che, secondo il capofrazione, devono essere affrontati con risposte tecniche puntuali e verificabili, soprattutto considerando la presenza di altri supermercati e l’ulteriore traffico che potrebbero generare. La questione diventa quindi più ampia della singola autorizzazione: se più progetti insistono sullo stesso asse stradale, la sostenibilità del complesso non può essere valutata soltanto sommando le verifiche individuali. Serve una lettura unitaria dei flussi di traffico, della capacità delle infrastrutture e delle condizioni ambientali.«Un assalto agli standard urbanistici»: il nodo del consumo di suolo. La critica di Daniele alla variante non si limita al commercio. Il capofrazione contesta più in generale la direzione della pianificazione comunale e il rapporto tra nuove possibilità edificatorie e servizi destinati alla collettività. Secondo la sua stima, le trasformazioni previste comporterebbero un consumo di suolo nell’ordine di 16 ettari. Si tratta di una quantificazione da confrontare con gli elaborati ufficiali della variante, distinguendo le nuove edificabilità, le modifiche di destinazione d’uso e le diverse categorie di trasformazione urbanistica.«Non basta parlare di consumo di suolo limitato e calibrato se poi nella realtà si permettono maggiori volumetrie su aree agricole e aree F. Serve dare una spiegazione delle ragioni urbanistiche che giustificano le singole scelte», sostiene Daniele. Il punto centrale è quello degli standard urbanistici: spazi pubblici, verde, parcheggi, servizi e dotazioni che concorrono alla qualità degli insediamenti. Secondo il capofrazione, il rischio è che le nuove opportunità edificatorie procedano più rapidamente della definizione dei servizi necessari a sostenerle, con una conseguente riduzione della capacità della città di garantire spazi accessibili e funzioni collettive. «Dove sono le nuove piazze pubbliche? Dove sono gli spazi di aggregazione, i parchi, le infrastrutture viarie e i servizi? Qual è la strategia per recuperare il patrimonio edilizio esistente e valorizzare gli spazi pubblici?», domanda. La contestazione si inserisce in una visione critica della variante, descritta da Daniele come un insieme di trasformazioni puntuali che, considerate singolarmente, possono anche rispondere a richieste legittime, ma che non restituirebbero una strategia complessiva sufficientemente riconoscibile. Da qui l’espressione «Piano Frankenstein», utilizzata dal capofrazione per descrivere una pianificazione che, a suo giudizio, rischia di sommare interventi privi di un disegno unitario. «Una città non si costruisce soltanto rendendo edificabili dei terreni. Si costruisce decidendo anche quali spazi debbano rimanere pubblici, accessibili e a disposizione di tutti».Daniele richiama inoltre la trasformazione dell’area di fronte all’ospedale San Martino, tra il supermercato Eurospar e il parcheggio ospedaliero, indicandola come uno dei casi più significativi per comprendere la portata delle scelte e il parco città di Bologna (vedi in fondo all’articolo ) . Così il terreno, precedentemente classificato in zona territoriale omogenea F.H. e destinato a servizi e infrastrutture ospedaliere, viene riclassificato dalla variante in zona B.SC, semintensiva C, con un indice fondiario di 1,80 metri cubi per metro quadrato. La nuova destinazione consentirebbe la realizzazione di tre palazzine residenziali.Nella presentazione dell’intervento è stata richiamata la possibilità di destinare una parte degli alloggi al personale sanitario e ai familiari dei pazienti provenienti da fuori Belluno, oltre alla realizzazione di un parcheggio a uso pubblico da 120 a 150 posti auto.Daniele non mette in discussione l’utilità di servizi abitativi destinati a chi lavora in ospedale o assiste un familiare ricoverato. Chiede, però, che siano chiariti gli strumenti con cui tali finalità saranno garantite. «Un conto è annunciare opere di interesse collettivo, un altro è stabilire obblighi vincolanti e verificabili per il soggetto privato. Dove sono gli atti convenzionali che disciplinano la realizzazione e la gestione del parcheggio? Quali garanzie assicurano che gli alloggi siano effettivamente destinati alle categorie indicate? E quale interesse pubblico giustifica la trasformazione di un’area precedentemente riservata a servizi?». Sono interrogativi che, secondo il capofrazione, devono trovare risposta negli atti che regolano l’intervento. Perché il tema degli standard non riguarda soltanto il rispetto formale delle quantità previste dalla normativa, ma anche la loro concreta disponibilità, la funzione svolta e la capacità di rispondere alle esigenze della città. La partecipazione non può fermarsi agli obiettivi generali. Tra i rilievi rivolti alla variante c’è infine quello relativo al coinvolgimento della cittadinanza. L’articolo 18 della legge regionale veneta n. 11 del 2004 prevede forme di consultazione, partecipazione e concertazione nel procedimento di formazione del Piano degli Interventi. Il Comune aveva avviato nel 2025 una fase di concertazione sul Documento preliminare. La critica di Daniele, quindi, non riguarda soltanto l’avvio formale della procedura, ma la possibilità per i cittadini di conoscere e discutere nel dettaglio le scelte concrete prima dell’adozione.«La partecipazione non può limitarsi alla presentazione di obiettivi generali. I cittadini devono essere messi nelle condizioni di capire quali aree cambieranno destinazione, quali diventeranno edificabili, quali standard saranno modificati e quali conseguenze ci saranno sui quartieri», afferma. Per il capofrazione, l’urbanistica non è una materia riservata agli amministratori o ai tecnici. Le scelte contenute nel Piano incidono sulla funzione delle aree, sulla mobilità, sui servizi, sugli spazi pubblici e sulla qualità della vita quotidiana. Da qui anche la richiesta di chiarire perché una variante generale di tale portata sia arrivata in Consiglio comunale negli ultimi mesi del mandato amministrativo.La domanda politica è più ampia: quale visione della città orienta le trasformazioni? Quale equilibrio viene ricercato tra nuove edificazioni, recupero del patrimonio esistente, servizi, verde e infrastrutture? E come si garantisce che i benefici dichiarati per la collettività siano effettivamente realizzati? «Una città per i giovani non è semplicemente una città in cui si costruisce di più. È una città che offre opportunità, servizi, spazi di incontro, mobilità e qualità urbana. La rigenerazione non può essere identificata soltanto con la possibilità di trasformare aree private in nuove superfici edificabili». Osservazioni entro il 6 dicembre e richiesta di confronto pubblico. La variante è stata adottata con deliberazione del Consiglio comunale n. 70 del 30 settembre 2026. L’avviso pubblicato dal Comune stabilisce che gli elaborati rimangano depositati dal 7 ottobre al 6 novembre e che le osservazioni possano essere presentate dal 6 novembre al 6 dicembre 2026. Come capofrazione di Baldenich, Daniele annuncia la presentazione di osservazioni alla variante, con particolare attenzione alla concentrazione delle strutture commerciali, agli effetti cumulativi sulla viabilità, alla dotazione degli standard urbanistici, alle nuove edificabilità e alla trasformazione delle aree destinate a servizi.È inoltre prevista la comunicazione, nei prossimi giorni, della data di un’assemblea pubblica nella quale illustrare i contenuti del Piano e raccogliere le valutazioni dei residenti. Alla comunità si affianca la richiesta rivolta direttamente all’Amministrazione comunale: organizzare un confronto pubblico con la partecipazione dell’assessore all’Urbanistica, dei dirigenti e dei tecnici, mettendo a disposizione cartografie, modifiche alle destinazioni urbanistiche, nuove capacità edificatorie, standard coinvolti e infrastrutture previste.«Chiediamo un confronto pubblico vero, nel quale i cittadini possano porre domande, comprendere le ragioni delle scelte e presentare le proprie osservazioni».Le osservazioni potranno essere trasmesse tramite PEC all’indirizzo belluno.bl@cert.ip-veneto.net, spedite in carta semplice al Comune di Belluno, Piazza Duomo 1, oppure consegnate a mano all’Ufficio protocollo dello stesso indirizzo. La documentazione è consultabile sul sito istituzionale, nella sezione dedicata alla “variante al Piano degli Interventi di adeguamento al PAT” (https://edilizia.comune.belluno.it/variante-al-piano-degli-interventi-di-adeguamento-al-pat/). Il messaggio di Daniele è netto: «I quartieri non chiedono di fermare lo sviluppo economico, ma di orientarlo con responsabilità. Il commercio è una componente importante della vita cittadina, così come lo sono le opportunità edilizie e la riqualificazione delle aree dismesse. Ma tutto questo deve essere compatibile con le infrastrutture, con la disponibilità di servizi e con la tutela dell’ambiente urbano».Il problema, in definitiva, non è stabilire se un singolo supermercato possa insediarsi o se una singola area possa essere trasformata. È comprendere quale città emergerà dalla somma di queste scelte, quali spazi resteranno a disposizione della collettività e quale equilibrio il Piano intende garantire tra interessi privati e interesse pubblico.«Prima di parlare di città per i giovani, bisogna spiegare quale città si sta realmente progettando. Una città non si costruisce soltanto rendendo edificabili dei terreni: si costruisce anche decidendo quali spazi debbano rimanere pubblici, accessibili e a disposizione di tutti.




Il parco città di Bologna che viene dimezzata. Infatti da area FVP verde pubblico attrezzato viene divisa in 2 e dove c’erano i container delle scuole Gabelli ed ora ci sono i Vigili urbani, viene trasformata in area FPS cioè area destinata a servizi pubblici che secondo l’Articolo 50.4 delle Norme Tecniche di attuazione – ZONA F.PS. (PUBBLICI SERVIZI)










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